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Pesticidi: sempre piu’ velenosi

Le multinazionali stanno mettendo a rischio le nostre vite e l’ecosistema in cui viviamo attuando pressioni inopportune alle istituzioni che dovrebbero invece proteggere le persone e l’ambiente. Le conseguenze di questi meccanismi subdoli sono ben visibili. E’ sempre più evidente l’impatto dei loro “affari” nelle nostre vite: un ambiente sempre più inquinato e tossico, la qualità scarsa e malsana del cibo, l’aumento di numerose patologie. Queste conseguenze sono sempre più spesso ricondotte all’operato di queste aziende e all’impatto delle loro azioni sulle politiche pubbliche.

Conseguenze

Le conseguenze dei comportamenti di queste multinazionali, sono ogni giorno più evidenti: i piccoli agricoltori stanno perdendo i loro mezzi di sopravvivenza, alle popolazioni rurali vengono strappate le proprie terre per fare spazio all’agricoltura industriale e la biodiversità sta scomparendo per essere sostituita dalle monocolture. I consumatori vedono diminuire le opzioni di scelta e sono costretti ad acquistare prodotti alimentari contenenti sostanze tossiche, coltivati nei campi in cui il suolo è sempre più contaminato da sostanze chimiche.

La situazione  per quanto riguarda l’ Italia non è per niente rassicurante, dai dati emersi dal rapporto promosso dal rapporto promosso da Feder Bio con Isde- Medici per l’ Ambiente, Legambiente, Lipu e WWF, troviamo l’ Italia al 3° posto tra i consumatori di pesticidi a livello europeo.
Dalle parole di Roberto Bottiglia (Amministratore del Gruppo “No Pesticidi” e promotore della raccolta firme) emergono dei dettagli ancora più preoccupanti.
Roberto Bottiglia: ” Contrariamente a quanto si pensa nell’ immaginario collettivo, i più esposti ai pesticidi, non sono gli agricoltori, in quanto obbligati per legge ad indossare i dispositivi di protezione individuale (tute, maschere antigas ecc) ma la popolazione residente, cioè chi vive accanto ai campi coltivati in maniera intensiva, che non ha possibilità di difendersi in quanto è impossibile smettere di respirare. Ecco perché diventa fondamentale regolamentare adeguate distanze di sicurezza e obbligo di avviso e soprattutto adeguate sanzioni”.

Per un mondo e una terra senza veleni

Un mondo senza veleni è possibile? Crediamo di sì e questa è la consapevolezza che ci deve spingere a denunciare le attività pericolose. Questi sei gruppi multinazionali produttori di pesticidi e ogm, che detengono il controllo globale delle industrie agrochimiche, biotecnologiche e sementiere, si stanno consolidando e rafforzando grazie a mega-fusioni e acquisizioni. Syngenta sta per unirsi a ChemChina, Dow Chemical (che ha acquistato la Union Carbide, responsabile del disastro di Bhopal che ha ucciso più di 20mila persone) si sta fondendo con Dupont, mentre Bayer intende acquisire Monsanto. Se tutte queste fusioni venissero finalizzate, solo tre gruppi controllerebbero il 60 per cento del mercato mondiale dei semi e il 70 per cento del mercato mondiale delle sostanze chimiche e dei pesticidi.

Nel corso degli ultimi decenni queste aziende, che hanno prodotto i veleni mortali usati durante le due guerre mondiali, si sono rivolte al mercato dell’agricoltura, nel quale hanno visto un’enorme potenziale per continuare a moltiplicare i propri profitti. Hanno ingrandito il proprio impero e ottenuto monopòli grazie alle politiche globali di libero scambio e alla deregolamentazione del commercio.

Il glifosato, in particolare, è considerato la sostanza chimica più utilizzata in agricoltura. Dalla sua immissione sul mercato, 1,8 milioni di tonnellate di glifosato sono state spruzzate sui campi negli Stati Uniti, mentre a livello globale la cifra raggiunge 9,4 milioni di tonnellate. Circa il 56 per cento del glifosato usato nel mondo è legato alle colture ogm Roundup (colture Roundup ready, Rr) ed è triplicato nei campi di cotone, raddoppiato nelle coltivazioni di soia e aumentato del 39 per cento nel caso del mais. Questa tendenza deve essere invertita perché stiamo parlando di una tecnologia che ha fallito nell’obiettivo di tenere sotto controllo le erbe infestanti.

L’impatto sull’ambiente

In uno studio sull’inquinamento del suolo condotto dal Centro comune di ricerca della Commissione europea e dall’università olandese di Wageningen sono stati raccolti campioni di terreno in diversi stati europei. Lo studio ha riscontrato tracce di pesticidi in più del 66 per cento dei campioni analizzati, mentre solo il 34 per cento ne era privo. Le sostanze maggiormente rilevate sono il glifosato (46 per cento), il ddt (25 per cento) e i prodotti fungicidi (24 per cento). Inoltre, lo studio sottolinea come il glifosato e l’Ampa (Aminomethylphosphonic acid) possono essere concentrati in particelle di terreno molto piccole che vengono facilmente erose e trasportate dal vento e dall’acqua, aumentando il rischio di contaminazione anche su vaste distanze. Un altro studio in campo geologico ha raccolto campioni dai corsi d’acqua di 38 stati americani riscontrando la presenza di glifosato e Ampa nella maggior parte dei fiumi, torrenti, canali e negli sbocchi degli impianti di depurazione delle acque reflue. Il glifosato è stato rilevato anche in circa il 70 per cento dei campioni di acqua piovana.

I falsi miti sui pesticidi

Uno dei miti più diffusi è che “i pesticidi sono rigorosamente testati”. Oltre al fatto che solo poche centinaia delle 80mila sostanze chimiche usate negli Stati Uniti sono sottoposte a test di sicurezza, le agenzie di regolamentazione effettuano i test solo sulle sostanze attive dei singoli pesticidi, basandosi sulle indicazioni fornite dai produttori ed evitando di approfondire le indagini sia sulla tossicità dei prodotti nella loro formulazione completa, sia sulla combinazione con altri pesticidi disponibili sul mercato che spesso vengono usati sia nei campi coltivati che nei giardini.

Alla prima obiezione l’industria agrochimica risponderà sostenendo che i pesticidi sono necessari per nutrire il pianeta. Questa affermazione è inesatta e ingannevole perché, in teoria, viene prodotto abbastanza cibo per provvedere ai bisogni alimentari dell’intera popolazione mondiale, ma chi ne ha maggiore necessità non lo riceve a causa dell’iniquità del sistema di produzione e di distribuzione. Un sistema che causa il 75% della distribuzione del pianeta, provvedendo appena al 30 per cento del fabbisogno alimentare, costituito sostanzialmente da prodotti di scarsissimo valore nutrizionale e pesantemente contaminati da sostanze chimiche tossiche. I prodotti tossici, come il Roundup (a base di glifosato), il Basta (a base di glufosinato) o i semi OGM hanno causato la distruzione e la desertificazione del suolo, lo sterminio delle api, l’aumento nell’incidenza di una serie di malattie, quali cancro e malformazioni alla nascita, per citarne solo alcune.

Le soluzioni possibili

Quali sono, dunque, le soluzioni possibili? Le classiche “soluzioni dal basso”. In tutto il mondo piccoli e medi agricoltori stanno già mettendo in pratica un’agricoltura ecologica e biodiversa, rinnovando la fertilità del suolo e salvando e sviluppando i propri semi. Forniscono cibo sano e nutriente alle proprie comunità, riportando il sistema alimentare nelle mani degli agricoltori e dei consumatori e rendendo, così, la grande industria agrochimica irrilevante ed inutile insieme ai suoi veleni e alimenti tossici.

Nel corso del 2016 vari gruppi ed organizzazioni hanno tenuto piu’ di 110 assemblee popolari in 28 paesi nel mondo, creando una rete globale fortemente impegnata nella creazione di un futuro sano per il Pianeta e per il cibo che mangiamo. La mobilitazione, che ha avuto il suo culmine con l’Assemblea popolare e il Tribunale Monsanto, ha continuato a diffondersi nel corso del 2017. Un’agricoltura senza veleni è possibile e gli strumenti per farlo sono nelle nostre mani. Come ha dimostrato il lavoro di Navdanya  nel corso degli ultimi trent’anni, possiamo coltivare abbastanza cibo nutriente per sfamare due volte l’attuale popolazione mondiale. Smettendo di acquistare agrochimici tossici possiamo aumentare di dieci volte le entrate degli agricoltori, far fronte ai problemi legati alla malnutrizione e alle malattie croniche e creare allo stesso tempo un sistema resiliente capace di mitigare i cambiamenti climatici.

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